Elisabetta Giordano, la voce fuori dal coro della liuteria

di Viola D'Ambrosio

Elisabetta Giordano è una voce fuori dal coro nella liuteria moderna. Un’artista versatile e tenace come sanno esserlo solo le donne che hanno dovuto farsi strada in un mondo, quello della liuteria, ancora prevalentemente maschile. Ci ha spiegato che quando si costruisce uno strumento “non sono le misure che creano le armonie ma sono le armonie che danno vita alle proporzioni e quindi alle misure”.  

 

Da sempre il suo lavoro è considerato quasi esclusivamente maschile. Ci racconta come si è avvicinata a questa professione?

Sicuramente il fatto di essere donna è stata una penalità ma io la vedo più come una fortuna nel senso che una donna deve sempre dimostrare di più, di conseguenza, se riesci a raggiungere dei risultati importanti hai sicuramente una marcia in più. Credo che una delle prerogative del genere femminile, sia di puntare alla qualità, non tanto alla quantità. E io sono una di quelle che punta molto alla qualità.

 

Cremona ha dato i natali ai mostri sacri della liuteria, venerati ancora oggi in tutto il mondo. Si è mai sentita condizionata da questa tradizione secolare?

È indubbio che a Cremona ci siano stati i più grandi liutai del mondo, e questo porta a continui paragoni. Noi cerchiamo di avvicinarci alla loro idea ma erano tempi diversi ed è molto difficile avere la stessa creatività che avevano una volta. In passato essere circondati da grandi artisti era la normalità, di conseguenza bisognava essere dei perfezionisti. Oggi invece tutto è più standardizzato e a me dispiace molto perché io ho bisogno di distinguermi, non solo nei pregi ma anche nei difetti. C’è questa idea di costruire tutti gli strumenti con la tecnica dell’antichizzato ed è un peccato perché si rischia di omogeneizzare troppo la liuteria.

 

So che frequenta assiduamente il Museo del Violino dove può studiare da vicino i grandi strumenti. Anche grazie a questa esperienza il suo modo di concepire la liuteria ha subito una svolta. Ci racconta come?

Per me è stato fondamentale e negli ultimi anni sono andata tutti i giorni, a volte portavo con me anche le forme e i miei strumenti. Ho iniziato uno studio che ormai dura da sei anni perché ero scontenta dei risultati che vedevo e ho ricominciato a ricostruire con il metodo dei grandi maestri liutai che oggi non viene quasi più usato perché le varie fasi sono molto lunghe ed elaborate. In sostanza per fare questo lavoro devi essere anche un po' artista: devi saper disegnare, devi conoscere le proporzioni e le armonie e attualmente questo viene un po’ messo da parte. Oggi riesco a fare due violini l’anno mentre prima ne facevo cinque o sei perché il processo è molto più lungo ed elaborato.

 

So che al momento sta studiando il metodo Guarneri del Gesù.

Sì, e all’interno di questi strumenti, che apparentemente sembrano carenti, ci sono delle armonie e proporzioni incredibili. Possono anche essere storti e non avere misure perfette ma sono dei capolavori. A differenza di Stradivari che era un perfezionista, Guarneri diventa un po’ come un Caravaggio, in grado di rappresentare la vita vissuta nel suo quotidiano, anche rappresentando le brutture e le bassezze della società. Lo strumento musicale così come lo costruiamo noi oggi è semplicemente uno strumento suonante mentre i grandi maestri del passato lo rappresentavano come se fosse una cosa viva; quindi, un occhio un po’ storto non voleva dire che aveva sbagliato: c’era la bellezza ma c’era anche l’imprecisione.

 

Lei si avvicina molto alla figura dell’artista rinascimentale: amante di pittura, scultura, arte, restauro. In che modo questa poliedricità influenza il suo lavoro?

Premetto che da ragazzina avevo delle grosse difficolta di apprendimento e probabilmente avevo una forma di dislessia, nulla di grave ma all’epoca non si conosceva. Per compensare quella che io percepivo come una mancanza, quando ero bambina disegnavo molto. Inoltre, mio padre è sempre stato un appassionato di antiquariato, aggiustava orologi, restaurava oggetti, mentre mia madre è sarta. Sono cresciuta in una famiglia che ha sempre fatto delle mani uno strumento per aggiustare e creare oggetti. Posso dire che da una inadeguatezza ho costruito la mia forza e ho fatto delle mie mani lo strumento della mia professione.

 

Al Cremona Musica lei gioca in casa, che importanza ha la fiera per lei?

Una delle cose che più mi appaga è la possibilità di rincontrare i miei clienti. Parliamo essenzialmente di musicisti che, in questa occasione, mi vengono a trovare. Spesso portano altri amici e diventa un modo per consolidare rapporti già esistenti e per istituirne di nuovi. Confesso di essere un po’ arrabbiata con Cremona e alcuni liutai cremonesi che negli anni hanno boicottato la fiera con la scusa dei costi troppo alti. Mondomusica è un importante appuntamento per la città e tutti noi dovremmo fare squadra.