Antonio Faraò: "Il Disklavier è geniale, una fusione di creatività dell'artista e tecnologia"

di Ruben Marzà

Pianista jazz tra i più apprezzati della scena mondiale, Antonio Faraò (57 anni, romano) ha collaborato con artisti di livello internazionale come Wayne Shorter, Brandford Marsalis, Miroslav Vitous e Richard Galliano. Vincitore del prestigioso Martial Solal Piano Jazz Competition, si è esibito sui palcoscenici di tutto il mondo e ha inciso per Warner Music, Cristal Record e Enja Records. Sarà ospite di Cremona Musica 2022 come membro della giuria del Disklavier Composers Contest, per poi esibirsi sul nuovo modello del Gran Coda CFX Yamaha.

 

Come e quando ha capito o deciso che nel suo futuro ci sarebbe stato il jazz?

Può sembrare strano, ma in realtà avevo le idee chiare già a 6 anni. Ascoltavo questa musica così particolare e mi piaceva molto, così iniziai a suonare: provai prima la batteria, poi lo xilofono, infine il pianoforte. E negli anni l’amore per il jazz non è solo rimasto, ma è cresciuto sempre più.

 

Il suo jazz è sempre stato aperto a collaborazioni e contaminazioni di ogni genere. Recentemente, poi, si è rivolto anche al mondo del rap e del cantautorato…

Credo che il jazz di per sé sia una musica aperta, nasce da diverse contaminazioni – anzi, più ce ne sono meglio è! Bisogna sempre aprirsi, e non chiudersi: motivo per cui nel 2017 ho inciso un disco con la collaborazione di Snoop Dogg, mentre nel 2020 ho registrato un tributo a Duke Ellington con il grande cantautore e polistrumentista Sananda Maitreya (che tra l’altro è molto bravo a cantare jazz). Se gli si togliessero tutte le influenze esterne e i richiami “altri”, questa musica perderebbe gran parte della sua intensità e del suo fascino.

 

La lista delle sue collaborazioni è lunga e prestigiosa: c’è forse un incontro che ha segnato in maniera particolare il suo modo di concepire il jazz?

Domanda difficile, ma direi di no. Ogni collaborazione è stata importante, sono tutti mattoni che, uno sopra l’altro, sono stati fondamentali per la crescita: direi che è proprio il percorso in sé che mi ha formato artisticamente e professionalmente.

 

A Cremona Musica farà parte della giuria del Disklavier Composers Contest, dedicato a un pianoforte automatico che non necessità di interprete: qual è la sua prospettiva sul rapporto tra innovazione tecnologica e creatività?

La cosa importante è che della tecnologia non si abusi, nella musica come nel cinema e nell’arte in generale. Nel caso del Disklavier, quello che conta è l’idea compositiva che sta alla base: poi, certo, è il pianoforte che suona, e personalmente trovo che sia un’invenzione geniale, anche per l’uso didattico che se ne potrebbe fare. Una fusione tra la creatività dell’artista e la dimensione tecnologica.

 

Ma i suoi impegni cremonesi non finiscono qui…

Dopo la premiazione e l’incontro con i partecipanti mi esibirò sul nuovo CFX Gran Coda Yamaha: è uno strumento che adoro e chiedo sempre per i miei concerti, ha una sonorità piena e completa, non vedo l’ora di provare questo nuovo modello.

 

Cremona, forse la città della musica classica per eccellenza, negli ultimi anni si sta aprendo a nuovi generi (basti pensare, nell’ambito di Cremona Musica, al Bluegrass Meeting o agli eventi legati a mandolino, chitarra e fisarmonica). Vede possibilità feconde di dialogo?

Certo, come in ogni ambito ci devono essere unioni stilistiche e non divisioni. Tra l’altro ho ricordi bellissimi legati a Cremona, ho avuto il piacere di suonare sia al Teatro Ponchielli sia nel magnifico Auditorium Arvedi. Nella musica che frequento l’apertura e la commistione di generi ci sono già di default – o meglio, ci dovrebbero essere: a volte anche nel jazz si trovano chiusure, festival che propongono solo stili particolari. Bisogna aprirsi e non chiudersi, quindi trovo bella e stimolante questa nuova prospettiva di Cremona.

 

Ci dà qualche anticipazione sui suoi progetti futuri?

A livello discografico ho alcuni progetti ancora in fase di sviluppo, anche se devo dire che per la discografia è un periodo davvero difficile: molti artisti sono costretti ad autoprodursi, cosa che ritengo controproducente, la figura del produttore resta importante. Dal punto di vista dei concerti, sto girando l’Europa con un progetto-tributo a Coltrane insieme al sassofonista americano Chico Freeman, con cui collaboro da diversi anni: siamo stati a Londra, Düsseldorf, poi Amsterdam, Parigi – sold-out ovunque, devo dire che sta riscuotendo un grande successo.