“Esperienze di ascolto”: la ricerca di Anita Pianesi nell’ambito della interpretazione musicale e della sua ricezione presso il pubblico

L’interpretazione dell’opera musicale e la sua ricezione presso il pubblico rappresentano da sempre un aspetto importante per l’esecutore. La studiosa Anita Pianesi si è dedicata proprio all’approfondimento di questo tema, che ha portato anche a Cremona Musica 2019 con l’evento “Esperienze di ascolto”, con protagonisti il pianista Costantino Catena, il pianista robot Teo Tronico, e un pianoforte Disklavier. Abbiamo intervistato Anita Pianesi per sapere di più del suo studio.

 

Come è nata l'idea per questo progetto?

L’idea del progetto di ricerca è maturata nel tempo attraverso i miei studi e a seguito dell’incontro con il Prof. Mario Baroni e la Prof. Johannella Tafuri, i quali mi hanno incoraggiato ad intraprendere questa strada.

 

Dalle registrazioni del tardo ottocento/inizi del novecento pervenuteci, emerge quanto diversamente rispetto ad oggi fosse approcciata l'esecuzione musicale: l'agogica era vissuta molto liberamente ed era al servizio dell'interpretazione dell'esecutore; gli errori di passaggio rientravano nella norma, nella misura in cui a suonare era un essere umano. Nel corso del XX secolo si è sviluppata una linea di tendenza che esigeva esecuzioni sempre più pulite, quasi robotiche (per restare in tema). A cosa attribuisce questo spostamento d'asse?

Personalmente non sono di questa idea. E’ vero che l’evoluzione dello strumento ha portato l’esecutore e l’ascoltatore a pretendere sempre più “perfezione”; il pianoforte moderno offre maggiori possibilità, ma gli interpreti devono comunque essere il più possibile fedeli all’idea del compositore. Se lei invece si riferisce all’improvvisazione, certo, questa usanza è venuta sempre meno. Aggiungerei che oggi, diversamente da allora, i mezzi mediatici permettono di ascoltare le interpretazioni di grandi interpreti e l’emulazione da parte dei giovani musicisti può portare ad una omogeneità di stili. A questo proposito, è interessante notare, che gli interpreti di maggiore successo sono, oggigiorno, quelli che, in un modo o nell’altro, si scostano da quelle che lei ha definito “esecuzioni robotiche”.

 

Al di là degli aspetti di indagine, ritiene che il progetto possa avere dei risvolti anche sulla concezione di "esecuzione perfetta" che l'ascoltatore aveva prima di assistere all'evento?

Il mio progetto di ricerca si pone l’obiettivo di comprendere se e in quale modo l’esecutore condizioni lo spettatore nella ricezione del messaggio musicale, e i risultati che saranno pubblicati porteranno sicuramente un contributo in tal senso. Non ho conoscenze in merito alla “concezione di esecuzione perfetta” da parte dell’ascoltatore, non so se esistano ricerche in tal senso o se qualcuno si stia occupando dell’argomento. Questo aspetto potrebbe essere oggetto della prossima ricerca; sarebbe certamente, interessante comprendere, per esempio, quali sono gli elementi che l’ascoltatore valuta per definire un’esecuzione “perfetta”.

 

Negli ultimi anni abbiamo assistito a tentativi di sostituire l'artista con la tecnologia, qui abbiamo ad esempio un robot che suona, ma ci sono anche composizioni ad opera di intelligenze artificiali. Pensa che nel futuro ci sarà sempre meno spazio per l'uomo nell'arte? L'umano è davvero così inimitabile?

Io ritengo che l’artista, nel nostro caso il musicista, debba essere aperto alla conoscenza di tutto quello che lo circonda per poi applicare o fare proprio ciò che lo affascina o che ritiene più vicino alle sue idee. Mettersi in una posizione di difesa, ritenere la tecnologia come una minaccia o addirittura screditare ciò che essa può offrire è, a mio parere, un atteggiamento errato che limita la crescita personale e artistica. Ciò non significa, certamente, rinnegare il passato o non tenerne conto. Le intelligenze artificiali fanno ormai parte della nostra quotidianità e sono di ausilio in molti campi, prendiamo ad esempio la chirurgia. L’arte è un’espressione umana legata ai bisogni e alle emozioni, la tecnologia può solo essere un mezzo espressivo ma il messaggio non può che derivare dall’artista uomo.

 

Come prevede si evolverà la ricerca sulla ricezione dell'interpretazione musicale? Quali erano gli obiettivi di partenza, e cosa è stato raggiunto finora?

La musica è un linguaggio e come tale è sottoposta alle regole della comunicazione. La ricezione del messaggio è uno degli elementi fondamentali del processo comunicativo che per aver luogo necessita almeno di quattro elementi: dell’emittente (colui che trasmette l’informazione, nel nostro caso il musicista), del messaggio (nel nostro caso la musica), di un codice condiviso (nel nostro caso la notazione musicale e il suo sistema di riferimento) e, non da ultimo del ricevente (il destinatario del messaggio). La codifica e la decodifica della ricezione del messaggio dipendono, quindi, da diverse variabili; lo studio di queste variabili è stato preso in considerazione da quando esiste il linguaggio. Prevedere come la ricerca si evolverà, significherebbe riuscire a prevedere quali saranno gli esiti delle ricerche in itinere, lei capisce che non è facile! Gli obiettivi di partenza riguardano sempre la conoscenza e, più la conoscenza si espande, più gli obiettivi diventano ambiziosi, non esiste un punto di arrivo poiché la conoscenza genera altre domande. Rispondere a queste domande è il compito della ricerca. Oggi è stato raggiunto moltissimo e questo non solo grazie alle ricerche in ambito musicale ma anche in quelle in ambito linguistico e soprattutto neurologico. Ma, non voglio anticipare nulla, aspettiamo di conoscere i risultati della mia ricerca “Esperienze di ascolto” e soprattutto “godiamoci” la musica, qualunque essa sia!

 

(nella foto, Anita Pianesi e Costantino Catena)