Maurizio Baglini: "L'esecuzione musicale non è solo una ricerca del sublime fine a se stesso"

di Eleonora Paolin

Aspettando di sentire il pianista Maurizio Baglini in concerto a Cremona Musica il 27 settembre pomeriggio (qui maggiori dettagli) l'abbiamo intervistato per scoprire qualcosa in più non solo sulla sua musica, ma anche sulla sua idea sul futuro della musica stessa.

 

In quanto presenza stabile a Cremona Musica, quali impressioni significative ha avuto nel corso di questi anni?

Mondomusica mi é sempre parso un unicum in un panorama italiano: un bellissimo modello da applicare su larga scala. Sarebbe poi auspicabile che l’euforia dei giorni della Fiera, o Festival per meglio dire, potesse avere una ricaduta “a rilascio prolungato“, in modo tale che le persone potessero poi fare della fruizione della musica d’arte una necessità quotidiana. 

 

Quale evento e/o caratteristica specifica dei pianoforti Fazioli l’ha avvicinata ad essi tanto da farla appassionare e ad averne uno proprio?

Il fatto che ad oggi sia la sola azienda dove l’inventore e creatore del progetto sia avvicinabile: Paolo Fazioli é persona attiva a 360 gradi nel panorama musicale mondiale, anche in veste di operatore culturale e musicale. Questo ha al momento una ripercussione impareggiabile sull’artigianalità dello strumento. Quando si entra in fabbrica, per ogni singolo strumento si può sapere quale operaio abbia agito su ogni singolo dettaglio. Lo capii quando incontrai Paolo Fazioli nel 1998 e da allora volli considerare il suo strumento con lo stesso tipo di logica con cui un violinista considera il proprio violino. Direi dunque che la stereofonia del Fazioli riflette moltissimo la personalità, complessa ma affascinante, dell’uomo Fazioli! 

 

Riguardo al programma che eseguirà a Cremona Musica, come si è orientato nella scelta? 

Ho basato tutto sul concetto di sinestesia. Scarlatti, Liszt Paganini e Schumann interpretati come veicolo di descrizione di arte non solo musicale, ma anche figurativa, letteraria. Oggi é fondamentale considerare l’esecuzione musicale come una vera e propria missione sociologica, non solo come una ricerca spasmodica del sublime fine a se stesso.

 

Non limitandosi al concertismo ma essendo anche una presenza attiva nella vita culturale del nostro Paese, cosa pensa della situazione italiana riguardante le attività artistico-musicali?

Credo che l’Italia possa ancora vantare due parametri insostituibili: la bellezza e la moltitudine di luoghi diversi fra loro che possano ospitare cultura e la genialità creativa degli artisti stessi, per lo meno a livello individuale. Per il livello di significativa importanza dell’Italia nel Mondo, a livello storico e patrimoniale (in senso di arte come valore economico vero e proprio), devo però ammettere che l’Italia sfrutti solo una percentuale esigua del proprio valore. 

 

Quale e quanta risposta c’è da parte del pubblico nei confronti dei progetti culturali e come si riescono a coinvolgere anche i giovani con un repertorio che all'inizio può apparire un po' ostico?

Il pubblico, una volta giunto al concerto, é in grado di percepire, se guidato per mano dall’interprete stesso, una qualità etica, comunicativa ed esecutiva. Purtroppo, il frangente televisivo - mediatico prevale ancora sullo spirito di curiosità: si va ad ascoltare ciò che già si conosce. Io, da organizzatore e creatore di eventi culturali (www.amiatapianofestival.com e www.comunalegiuseppeverdi.it ), posso dire di osare molto, cosa che faccio anche in veste di interprete. Spesso, le prime reazioni sono scettiche e negative, ma poi si ottiene una solidità ed una crescita nella qualità di ascolto che risultano davvero impareggiabili: alla fine, il risultato é molto più gratificante e solido rispetto a quello che si otterrebbe attraverso un percorso apparentemente più fluido ed immediato. Dovremmo poi capire che il giovane interprete, seppur non ancora famoso, ha bisogno di cominciare e di ricevere l’accordo di una fiducia da parte degli organizzatori. Ho creato anche il Music Master, in seno ad Amiata Piano Festival, insieme alla violoncellista Silvia Chiesa, dove dal 2015 facciamo esibire i giovani talenti emergenti insieme ad artisti conclamati, in collaborazione o confronto proposti davvero in senso intrinseco. La presenza del giovane interprete é spesso motivante per il potenziale giovane spettatore ed ascoltatore: non dobbiamo scadere nel demagogico slogan secondo cui il “largo ai giovani” é un banale motto da campagna elettorale tipica del provincialismo, certo, ma capire che la logica di appartenenza non é solo quella del “branco”, bensì anche quella di poter diventare ambasciatori, come fruitori e appassionati, di un pubblico magari meno numeroso ma molto più sensibile e attento. Questo concetto vale però anche per i meno giovani! 

 

Come pensa sia possibile oggi eseguire il repertorio cosiddetto colto e di tradizione senza fossilizzarlo?

Bisogna avere il coraggio di capire, senza presunzione, ma con autorevolezza, che l’interprete é per certi versi più importante del compositore: so che posso essere frainteso, ma se non si persegue un cammino alla ricerca delle individualità interpretative, non saremo mai in grado di riattualizzare un repertorio su cui sono già stati espressi contenuti fondamentali. Non si possono cambiare le note, certo, ma si può agire molto sulla dinamica, sulla timbrica, l’agogica. Fino a quando le attenzioni della formazione, anche quella più alta, saranno finalizzate al successo dei nuovi interpreti nei concorsi, sarà difficile uscire da un mercato ingolfato: ogni giorno, abbiamo un giovane nuovo interprete immesso in un mercato che risulta saturo. Eppure, alla fine, anche considerando il repertorio dei compositori più celebri, si propone un 35/40% della letteratura musicale disponibile. Quindi, dovremmo agire anche sulla riscoperta di repertori che le mode o la storia hanno relegato in secondo piano, ma che non per questo debbano essere considerati inesistenti.