A. Weinstein, fondatore di Violins of Hope: "Non ci sono parole per spiegare l'Olocausto, questo è il mio contributo per comprendere"

Fra i grandi protagonisti di Cremona Musica 2019 ci sarà anche Amnon Weinstein, il liutaio israeliano che sta emozionando il mondo con la sua collezione di violini appartenuti alle vittime dell’olocausto, “Violins of hope”. Weinstein negli anni ha raccolto 79 violini, ha raccontato le loro storie, li ha restaurati e ha fatto sì che potessero tornare a suonare nei maggiori teatri europei e del mondo. A Cremona Musica vedremo una selezioni degli strumenti raccolti, che verranno anche suonati in concerto dal violinista turco Cihat Askin. Abbiamo parlato con Amnon Weinstein per farci raccontare questo suo progetto e la sua storia, in attesa di vederlo a Cremona (dove ha anche studiato alla Scuola di liuteria nel 1961).

 

Partiamo dal nome, come mai il progetto si chiama “Violins of Hope”?

Il nome è venuto col tempo. Tutte queste persone che hanno suonato questi violini nei campi di concentramento o nei ghetti sono sopravvissute alla guerra, e quindi possiamo raccontarne la storia. Il messaggio è che il violino aiutava a vivere, ed ha avuto un ruolo molto speciale nella vite di queste persone, che hanno attraversato il periodo peggiore della storia dell’umanità.

 

Come è iniziato il progetto e quando hai realizzato che sarebbe diventato così importante?

I primi violini li ha raccolti mio padre, e sono frutto di una storia molto interessante. Nel 1936 Bronislav Huberman, un violinista ebreo che viveva a Berlino, capì che era pericoloso rimanere in Europa. Così incoraggiò i musicisti ebrei d’Europa a trasferirsi in Palestina, e fondò lì un’orchestra filarmonica. Fece audizioni a tutti i migliori musicisti ebrei in Europa, e il progetto fu un successo sin dall’inizio: l’orchestra era diretta dal Maestro Arturo Toscanini. Molti musicisti polacchi e tedeschi si portavano con sé i propri strumenti, fabbricati spesso Germania. Nel 1945, dopo l’orrore dell’olocausto, è iniziato il boicottaggio dei beni prodotti in Germania, compresi gli strumenti musicali. Mio padre, Moshe, comprò molti di quegli strumenti creati da artigiani tedeschi, che altrimenti sarebbero stati distrutti, cosa che riteneva un vero sacrilegio. Nel 1991 un mio allievo archettaio tedesco, Daniel Shmidt, ha trovato quella collezione di violini d’eccellenza, e mi chiese di raccontarne la storia all’associazione dei liutai tedeschi. All’inizio ero molto restio, perché mi evocava terribili ricordi, ma alla fine mi convinse, e siamo andati all’incontro annuale a Dresda. Al mio ritorno in Israele ho parlato alla radio di questo evento, ed ho chiesto se qualcun altro avesse storie o strumenti dall’olocausto. Da lì è partito un effetto valanga, ho iniziato a riceverne sempre di più, per poi restaurarli e trattarli come sacre reliquie! Presto abbiamo iniziato a fare concerti a Istanbul, a Parigi, poi in tutta Europa e ora anche negli Stati Uniti. Nel frattempo la collezione ha raggiunto i 79 strumenti e abbiamo concerti programmati fino al 2022. Non mi sarei mai aspettato che sarebbe diventata una cosa così importante.

 

Ogni strumento ha la sua storia, ce ne può raccontare qualcuna?

Abbiamo un violino che è stato suonato nell’orchestra maschile di Aushwitz, dove i reclusi venivano mandati alle camere a gas. Un altro violino è stato gettato dal finestrino di un treno a Lione, in Francia. Un altro era stato sotterrato in giardino, ad Amsterdam. Ogni strumento ha un’anima e una storia da sopravvissuto. Molti raccontano storie tristi, fatte di morte, e sono l’ultimo ricordo di famiglie scomparse. Abbiamo anche una collezione di violini decorati con la Stella di David, che venivano utilizzati da violinisti klezmer e popolari. In uno dei violini abbiamo trovato una svastica e la scritta “Heil Hitler!”. L’aveva fatta un liutaio nazista e il proprietario non se ne era neanche accorto!

 

Cosa ci insegna questa mostra sul valore della musica e degli strumenti musicali?

Oggi non possiamo capire quanto fosse importante la musica in questo periodo. Suonare, anche in piccoli contesti e piccole sale da concerto, era un momento incredibilmente emozionante, una mezz’ora di sollievo in un orrore indescrivibile. Ad Auschwitz ci sono state otto diverse orchestre, che suonavano per i prigionieri che andavano e tornavano dal lavoro. Suonare era come fare una preghiera, infatti molta musica ebraica è ispirata alla religione e alle preghiere. In molte memorie si spiega quando fosse emozionante anche partecipare ad un concerto nel ghetto. Il primo violino che ho riparato è stato suonato mentre i reclusi andavano verso le camere a gas. Riascoltare oggi quel suono, l’ultimo ascoltato da quelle persone, è veramente commovente. I violini danno sapore alla vita, e penso di essere fortunato a dare a questi strumenti una nuova vita.

 

“Violins of Hope” manda un forte messaggio di tolleranza, ma ancora oggi in tutto il mondo si assiste ad episodi di intolleranza. Cosa ne pensa della situazione attuale?

Mia moglie viene da una famosa famiglia di partigiani. Io compro e leggo ogni libro sull’Olocausto che trovo, ma non riesco a capire come possano le persone accanirsi a parole in questo modo con altre persone. Che sia contro gli ebrei, gli arabi, o contro chiunque. Non capisco proprio l’esistenza del razzismo oggi. “Violins of Hope” è anche il mio piccolo contributo per far capire cosa sia stato quel periodo, anche se è impossibile. Non ci sono parole in nessuna lingua per spiegare, serviranno mille anni per comprendere totalmente quel periodo.

 

Come si sente a tornare a Cremona per ritirare il Cremona Musica Award?

Quando sono venuto a studiare a Cremona, queste è stata casa mia. È stato un periodo che non dimenticherò mai, un sogno che si è realizzato. Sono stato allievo alla Scuola di liuteria di Cremona nel ’61, insieme ad alcuni dei liutai italiani migliori di sempre. Quando mi hanno detto che volevano darmi questo premio non ci credevo, lo considero molto molto importante. Il mio italiano non è abbastanza buono per descrivere quanto ci tenga. Mi torna in mente quando ho creato il mio primo violino con le mie mani, è stata un’emozione quasi uguale a prendere un violino che è stato ad Auschwitz e ristrutturarlo affinché potesse essere suonato nelle più importanti sale da concerto.